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La Psicosintesi Sociale richiede «come centro unificatore una realtà super-personale
['transpersonale',
diremmo oggi]:
(R.Assagioli)
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Psicosintesi e società
L'uomo
contemporaneo soffre, non è appagato, non è felice. Il nostro percorso
vuole partire proprio da questo dato. Si tratta di comprendere il motivo
di questa comune sofferenza, “comune” nel senso che è molto di |
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«Dove stiamo andando?
La coscienza di questo disagio, di questa irrequietezza, più o meno
sotterranea, che accompagna la mia vita, è una prima scoperta
-
forse la
più importante, perché è l'inizio del
risveglio
-
del mio
cammino di crescita.
No,
la
tua coscienza si ribella. Cominci a
ripeterti che non è possibile che il
senso della tua vita sia tutto qui.
No,
non può essere una tale fregatura. Che
cos'è che non funziona? Questo dubbio invade sempre più la tua mente
e, allora, intensifichi le occasioni di svago e di oblio.
Vuoi fuggirlo, ma inutilmente: la mappa
con la quale finora hai
perlustrato la vita non riesce più a guidarti e
ha bisogno di essere aggiornata. Di
questa mappa esistenziale non
puoi fare a meno. Ti indica che cosa per te
è giusto e che cosa è sbagliato, che
cosa per te ha senso
e che cosa
non ne ha; insomma, ti indica quale ideale
intendi realizzare nella vita. (da Fabio Guidi, Iniziazione alla Psicosintesi, ed. Mediterranee) |
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Chi è più sano? La «normalità» è un criterio regolativo? |
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Il
dolore e la sofferenza |
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«Certamente è sempre piu’ chiaro che il cosiddetto «normale» in psicologia è in realtà una patologia del «medio», così privo di qualità drammatiche e così diffuso che abitualmente neppure lo notiamo. Lo studio esistenzialista dell’autenticità della persona e della vita scopre questa falsa immagine, questo vivere di illusioni e di paure, ponendolo sotto una luce cruda e penetrante che la rivela chiaramente come malattia, anche se molto diffusa.» «Chi tradisce il proprio talento, il pittore nato che si mette a vendere calze, l’uomo intelligente che vive una vita banale, chi vede la verità e non apre bocca, il vigliacco che rinuncia alla propria dignità, tutte queste persone percepiscono profondamente di aver fatto torto a se stesse, e pertanto si disprezzano. In sostanza, respingo deliberatamente la nostra presente, e troppo facile, distinzione tra malattia e salute, almeno per quanto riguarda i sintomi superficiali. Essere ammalati significa forse accusare sintomi? Ebbene, sostengo che la malattia può consistere nel non accusare alcun sintomo quando dovrei accusarlo. E la salute significa essere privi di sintomi? Quale dei nazisti ad Auschwitz o a Dachau era in buona salute? Quelli con la coscienza tormentata, o quelli a cui la loro coscienza appariva chiara, limpida, serena? In quella condizione, una persona profondamente umana era possibile non avvertisse conflitto, sofferenza, depressione, furia e così via? In una parola, se mi direte di avere un problema di personalità, prima di avervi conosciuto meglio non sarò affatto certo se dovrò dirvi “Bene!” ovvero “Mi dispiace”. Dipende dalle ragioni che mi porterete. E queste, a quanto pare, possono essere cattive, oppure, invece, ottime.» (da Abraham Maslow, Verso un psicologia dell’essere)
Si può essere adattati o meno, non è qui il problema.
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Normali e anormali
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Rimanere indifferenti di fronte all’irrazionalità del sistema: ecco il sintomo patologico.
Vuoi un esempio lampante
e drammatico insieme? Il famoso psichiatra esistenzialista
David Laing,
in un bellissimo intervento
(dal titolo
emblematico: L'ovvio)
all'interno di un convegno
organizzato dalla corrente
dell'Antipsichiatria, riporta
un esperimento fatto da uno psicologo, Stanley Mílgram,
presso la
Yale University, sull'ovvietà dell'obbedienza.
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«Il
dottor Milgram reclutò 40 volontari, tutti
uomini, che
credevano di dover prendere parte ad
uno studio
sperimentale sulla memoria. Questi 40
uomini avevano
un'età tra i 20 e i 50 anni e facevano
i lavori più diversi. Alcuni soggetti erano
impiegati
postali, insegnanti di liceo, commercianti,
ingegneri e operai. Uno di loro non aveva finito
la scuola
elementare, ma altri avevano il dottorato
o altri diplomi.
[...]
Lo sperimentatore era aiutato
da un uomo simpatico e mite che faceva
la parte della "vittima". Lo
sperimentatore parlò con ciascun
volontario e, insieme, con la "vittima", che
fingeva di essere un
altro volontario. Disse ai due
che si
dovevano investigare gli effetti della punizione
sull'apprendimento e in particolare gli effetti di vari gradi di
punizioni e di vari tipi di insegnanti. Si disposero le cose in modo che
il volontario faceva sempre la parte dell`"insegnante"
e la "vittima" faceva sempre la parte
di colui che apprende. La
"vittima" fu legata ad una specie di
sedia elettrica. Il
volontario-insegnante fu portato in una stanza attigua e posto di fronte
ad un complesso strumento chiamato shockgenerator.
[...]
Davanti all`"insegnante" era una fila
di trenta interruttori che
andavano da 15 a 450 volt. [...]
Il
volontario-insegnante fu
portato a credere che doveva
dare punizioni sempre più severe alla "vittima",
che forniva. risposte preparate in anticipo.
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Queste
sono persone «normali». Domandiamoci se poteva
esistere un Hitler senza l'appoggio delle persone «normali».
Ecco perché Laing, durante lo stesso intervento,
afferma:
«Per
troppo tempo gli psicologi si sono occupati
della psicopatologia degli anormali. É necessario
ora che si studi la
situazione psicologica normale, mettendola in relazione con un normale
stato di
cose di cui
il Vietnam
[qui siamo
nel 1967] è soltanto una delle più normali manifestazioni».
Cominciamo a intravedere che la critica alla normalità coinvolge direttamente la nostra coscienza politica. Infatti, spesso la maggioranza delle persone (che in un contesto "democratico" stabilisce il criterio di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto) rifiuta l'evidenza delle cose, come è dimostrato dall'esperimento di Milgram. |
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Il sistema dell'ovvio |
...stimolare un pubblico sempre più bombardato
di stimoli di ogni tipo e quindi sempre più insensibile
e indifferente... |
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Che cos'è l'«ovvio»? E' l'indiscusso, cioè qualcosa che appare talmente evidente da, appunto, non essere neppure messo in discussione. Evidente a chi? naturalmente, agli occhi della normalità, del pensiero comune. Attualmente, l'impiego dei mezzi di comunicazione ha un significato `totalitario'. Nelle moderne, avanzate società 'democratiche', i mass media sono sempre più l'immagine del circuito commerciale e ad esso devono la loro sopravvivenza economica. C'è da stupirsi, allora, se l'informazione assume la funzione di difesa dello status quo? La cultura da trasmettere sarà quella commercialmente più vantaggiosa. Quella che garantisce un maggior indice di ascolto, non importa se banale. Una cultura 'sensazionalistica', cioè finalizzata a creare forti emozioni, per stimolare un pubblico sempre più bombardato di stimoli di ogni tipo e quindi sempre più insensibile e indifferente. Un sistema d'informazione in pillole, adatto al modello 'usa e getta', che consuma tutto e non assimila niente, e quindi fondamentalmente acritico e superficiale. E ingannevole, perché la selezione, l'estrema pubblicizzazione o l'oscuramento delle notizie dipenderà dal fatto che esse siano più o meno congrue al sistema e alle sue lobbies di potere. Ecco come si crea l'opinione pubblica, come si crea il sistema dell'«ovvio». E così siamo di nuovo al punto di partenza, si chiude il circolo: il sistema di potere crea l'opinione pubblica, la quale, attraverso l'ovvio, perpetua il sistema di potere. E così, vivremo felici e contenti, inconsapevoli della nostra intima sudditanza. Del resto, non si può ritenere schiavo qualcuno che è ignaro di esserlo. Questo è 'ovvio'. Facciamo qualche esempio. Ci stiamo rendendo sempre più conto di abitare un pianeta che assume veramente i contorni di un villaggio globale. E ci stiamo rendendo - penosamente - conto anche di un'altra cosa: che la crisi attuale che investe ogni campo dell'esistenza si delinea fondamentalmente come "crisi ecologica". E' indubbio che, per la prima volta nella storia dell'uomo, si pone il problema se la nostra Madre Terra possa continuare a nutrirci; se, in altre parole, le nostre future generazioni riusciranno ad ereditare un ambiente sufficientemente accogliente da garantire la sopravvivenza. Ciò nonostante, pare che, oggigiorno, l'atteggiamento comune sia spensierato. Pare ritenere una fatica inutile prendersi carico delle molte problematiche suscitate dalla nostra attuale società consumistica. Il pensiero comune ritiene che dobbiamo continuare a produrre e a consumare sempre più merci e a sfruttare sempre più le risorse del pianeta, non tenendo conto che la loro disponibilità è ormai estremamente ridotta. Ma una crescita economica sempre più accelerata appare come un'esigenza "ovvia", incontestabile. Così come è "ovvio" continuare a fare esperimenti nucleari creando effetti disastrosi sull'ambiente che perdureranno per migliaia di anni. Tali effetti vanno a sommarsi all'enorme produzione di gas inquinanti, con conseguenti gravi modifiche del clima e del livello degli oceani, alla desertificazione del suolo in molte regioni del pianeta, all'inquinamento e alla scarsità dell'acqua dei fiumi e dei laghi, e così via. Così come è "ovvio" sfruttare e depauperizzare i paesi poveri del Sud del pianeta per rimpinguare sempre più i paesi ricchi del Nord, senza tener conto delle inevitabili tensioni e conflitti internazionali dovuti all'accaparramento delle risorse energetiche, conflitti all'interno dei quali i popoli a basso sviluppo industriale sono i primi a pagare le conseguenze. Così come è "ovvio" vedere gli animali semplicemente come 'oggetti' destinati al nostro uso arbitrario, cavie da torturare per i nostri esperimenti, infelici protagonisti per i nostri divertimenti, prede da sterminare per la loro carne o per la loro pelliccia; insomma, vedere gli animali come esseri viventi senza alcun diritto, se non quello di offrire il massimo servizio all'uomo. Il trattamento che subiscono negli allevamenti intensivi ne è un ulteriore, illuminante esempio. Così come è "ovvio"... Potresti continuare all'infinito.
(da Fabio Guidi, Iniziazione alla Psicosintesi, ed. Mediterranee) |
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Il treno
(metafora evocata dal Premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia)
«Si
può essere felici perché l’economia non cresce? «Certo che no!»,
risponderebbe qualsiasi persona fermata a caso per la strada. Identica
sarebbe la posizione di imprenditori e operai, finanzieri e impiegati,
professori e contadini. Persino la politica, sconquassata come non mai
da fratture e divisioni, ritroverebbe unità nel respingere la domanda
come una provocazione assurda. Quello della
crescita del Pil
(il prodotto interno lordo) è forse l’ultimo
vero dogma dell’età contemporanea, l’unico che nessuno aveva ancora
osato mettere seriamente in discussione. Certo ne erano già stati
sottolineati limiti e pericoli: il benessere ridotto alla misura della
quantità delle merci prodotte, per un verso; e la capacità di tenuta
dell’ambiente naturale a fronte di un’economia protesa alla crescita
infinita, per l’altro. Ma che venisse esplicitamente posta la questione
della diminuzione del Pil ancora non era accaduto. (dalla recensione di Beppe Grillo al libro di Maurizio Pallante, La decrescita felice)
Il marxismo si è rivelato incapace di contenere e di sconfiggere il capitalismo. Perché non è che una variante inefficiente dell'Industrialismo. Capitalismo e marxismo sono due facce della stessa medaglia. Nati entrambi in occidente, figli della Rivoluzione industriale, sono illuministi, modernisti, progressisti, positivisti, ottimisti, materialisti, economicisti, hanno il mito del lavoro e pensano entrambi che industria e tecnologia produrranno una tale cornucopia di beni da far felice l'intera umanità. Si dividono solo sul modo di produrre e di distribuire tale ricchezza. Questa utopia bifronte ha fallito. L'Industrialismo, in qualsiasi forma, capitalista o marxista, ha prodotto più infelicità di quanta ne abbia eliminata. Per due secoli Capitalismo e Marxismo, apparentemente avversari, in realtà funzionali l'uno all'altro, si sono sostenuti a vicenda come le arcate di un ponte. Ma ora il crollo del marxismo prelude a quello del capitalismo, non fosse altro che per eccesso di slancio. Levate la testa, gente. Non lasciatevi portare al macello docili come buoi, belanti come pecore, ciechi come struzzi che han ficcato la testa nella sabbia. Infondo non si tratta che di riportare al centro di Noi stessi l'uomo, relegando economia e tecnologia al ruolo marginale che loro compete. Chi condivide in tutto o in parte lo spirito del Manifesto lo firmi. Chi vuole collaborare anche all'azione politica, nei modi che preferisce e gli sono più congeniali, sarà l'arcibenvenuto. Abbiamo bisogno di forze fresche, vogliose, determinate, di uomini e donne stufi di vivere male nel "migliore dei mondi possibili" e di farsi prendere in giro. Forza ragazzi: si passa all'azione.»
(presentazione del Manifesto proposto da Massimo Fini)
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