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«Conosci  possiedi  trasforma  te  stesso»

Psicosintesi e società

Lo sviluppo interiore è un fenomeno olistico che comprende tre aspetti:

a) l’aspetto individuale. Riguarda il rapporto che abbiamo con noi stessi e con i nostri disagi mentali, emozionali, energetici e fisici.

b) l’aspetto relazionale. Riguarda i copioni caratteriali che forniscono risposte non creative nei nostri legami interpersonali.

c) l’aspetto sociale. Riguarda i condizionamenti culturali che bloccano la libera fruizione dei nostri diritti fondamentali.

Nel lavoro su di sé, questi tre aspetti sono indivisibili, vanno di pari passo.

 

L'uomo contemporaneo soffre, non è appagato, non è felice. Il nostro percorso vuole partire proprio da questo dato. Si tratta di comprendere il motivo di questa comune sofferenza, “comune” nel senso che è molto diffusa, ma anche perché è poco visibile agli occhi distratti della collettività: non è niente di straordinario, che colpisce. Tuttavia, se noi facciamo di tutto per tamponare il nostro disagio con gli innumerevoli palliativi che la nostra provvidente e generosa società dei consumi ci offre, non possiamo fare alcun reale passo verso la nostra crescita personale. L’uomo contemporaneo soffre perché tradisce il proprio Sé. Ognuno di noi ha da realizzare la propria intima natura, portare al massimo sviluppo possibile le proprie potenzialità. Tuttavia, spesso la nostra vita presenta scarsi elementi di creatività, tradisce le nostre stesse speranze. E allora soffriamo, non può essere altrimenti.

 

 Dove stiamo andando?

«La coscienza di questo disagio, di questa irrequietezza, più o meno sotterranea, che accompagna la mia vita, è una prima scoperta - forse la più importante, perché è l'inizio del risveglio - del mio cammino di crescita.
C'è qualcosa che non va e adesso
ti stai dicendo che la tua esistenza non può continuare a scorrere sui binari di sempre e che è giunto il momento di cambiare rotta. Forse alla tu
a coscienza si sta affacciando una nutrita serie di interrogativi. Il fatto è che non riesci più a trovare molta soddisfazione nell'indulgere alle abitudini di prima.
Forse comincia a sfuggirti il senso di una giornata in
cui le ore migliori sono impiegate in un lavoro che non ti dà poi molta soddisfazione, e che ti fa arrivare stanco la sera a casa, nella prospettiva di un annoiato zapping televisivo o di una uscita all'ultimo locale di moda. Forse comincia a sfuggirti il senso di una settimana finalizzata allo shopping del sabato pomeriggio, alla cena, alla discoteca o al cinema con gli amici del sabato sera o, se sei fortunato, al week-end sulla neve o al mare. O il senso di una vita lavorativa in funzione dei trenta giorni di ferie estive e del momento in cui, giunto all'età pensionabile, potrai finalmente dedicarti alla cura dei nipotini e ai viaggi organizzati da qualche circolo ricreativo.
Tutto questo nella speranza "di arrivare in salute al
gran finale", come canta Lucio Dalla.

No, la tua coscienza si ribella. Cominci a ripeterti che non è possibile che il senso della tua vita sia tutto qui. No, non può essere una tale fregatura. Che cos'è che non funziona? Questo dubbio invade sempre più la tua mente e, allora, intensifichi le occasioni di svago e di oblio. Vuoi fuggirlo, ma inutilmente: la mappa con la quale finora hai perlustrato la vita non riesce più a guidarti e ha bisogno di essere aggiornata. Di questa mappa esistenziale non puoi fare a meno. Ti indica che cosa per te è giusto e che cosa è sbagliato, che cosa per te ha senso e che cosa non ne ha; insomma, ti indica quale ideale intendi realizzare nella vita.
Adesso, ti fermi sempre di più a riflettere. Sono sicu
ro di sapere che cosa sto cercando? Sono sicuro di conoscere la direzione che ho impresso alla mia vita? Anzi, sono sicuro di aver impresso una direzione, in maniera consapevole, alla mia vita? Sono sicuro di non essere vittima della "tirannia della normalità"? cioè di non lasciarmi guidare dai valori del senso comune, dalla pubblica opinione, dalle regole del ‘sistema’ o di qualche gruppo sociale cui faccio riferimento.»
(da Fabio Guidi, Iniziazione alla Psicosintesi) 

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Chi è più sano?

 

Il dolore e la sofferenza sono talvolta reazioni salutari ad una situazione di «follia» collettiva. 

La «normalità» è  un criterio regolativo? 

 

«Certamente è sempre più chiaro che il cosiddetto «normale» in psicologia è in realtà una patologia del «medio», così privo di qualità drammatiche e così diffuso che abitualmente neppure lo notiamo. Lo studio esistenzialista dell’autenticità della persona e della vita scopre questa falsa immagine, questo vivere di illusioni e di paure, ponendolo sotto una luce cruda e penetrante che la rivela chiaramente come malattia, anche se molto diffusa. [...]

Chi tradisce il proprio talento, il pittore nato che si mette a vendere calze, l’uomo intelligente che vive una vita banale, chi vede la verità e non apre bocca, il vigliacco che rinuncia alla propria dignità, tutte queste persone percepiscono profondamente di aver fatto torto a se stesse, e pertanto si disprezzano. In sostanza, respingo deliberatamente la nostra presente, e troppo facile, distinzione tra malattia e salute, almeno per quanto riguarda i sintomi superficiali. Essere ammalati significa forse accusare sintomi? Ebbene, sostengo che la malattia può consistere nel non accusare alcun sintomo quando dovrei accusarlo. E la salute significa essere privi di sintomi? Quale dei nazisti ad Auschwitz o a Dachau era in buona salute? Quelli con la coscienza tormentata, o quelli a cui la loro coscienza appariva chiara, limpida, serena? In quella condizione, una persona profondamente umana era possibile non avvertisse conflitto, sofferenza, depressione, furia e così via? In una parola, se mi direte di avere un problema di personalità, prima di avervi conosciuto meglio non sarò affatto certo se dovrò dirvi “Bene!” ovvero “Mi dispiace”.  Dipende dalle ragioni che mi porterete. E queste, a quanto pare, possono essere cattive, oppure, invece, ottime.»

(da Abraham Maslow, Verso un psicologia dell’essere)

 

Si può essere adattati o meno, non è qui il problema. Il problema è invece a quale situazione, a quale ambiente, a quale società siamo adattati. Con Maslow, anche noi possiamo chiederci che cosa si deve pensare di uno schiavo ben adattato.

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Normali  e  anormali

Rimanere indifferenti di fronte all’irrazionalità del sistema: ecco il sintomo patologico.

 

Vuoi un esempio lampante e drammatico insieme? Il famoso psichiatra esistenzialista David Laing, in un bellissimo intervento (dal titolo emblematico: L'ovvio) all'interno di un convegno organizzato dalla corrente dell'Antipsichiatria, riporta un esperimento fatto da uno psicologo, Stanley Mílgram, presso la Yale University, sull'ovvietà dell'obbedienza. É, questa, una paginetta estremamente significativa e illuminante.

 

«Il dottor Milgram reclutò 40 volontari, tutti uomini, che credevano di dover prendere parte ad uno studio sperimentale sulla memoria. Questi 40 uomini avevano un'età tra i 20 e i 50 anni e facevano i lavori più diversi. Alcuni soggetti erano impiegati postali, insegnanti di liceo, commercianti, ingegneri e operai. Uno di loro non aveva finito la scuola elementare, ma altri avevano il dottorato o altri diplomi. [...] Lo sperimentatore era aiutato da un uomo simpatico e mite che faceva la parte della "vittima". Lo sperimentatore parlò con ciascun volontario e, insieme, con la "vittima", che fingeva di essere un altro volontario. Disse ai due che si dovevano investigare gli effetti della punizione sull'apprendimento e in particolare gli effetti di vari gradi di punizioni e di vari tipi di insegnanti. Si disposero le cose in modo che il volontario faceva sempre la parte dell`"insegnante" e la "vittima" faceva sempre la parte di colui che apprende. La "vittima" fu legata ad una specie di sedia elettrica. Il volontario-insegnante fu portato in una stanza attigua e posto di fronte ad un complesso strumento chiamato shockgenerator. [...] Davanti all`"insegnante" era una fila di trenta interruttori che andavano da 15 a 450 volt. [...] Il volontario-insegnante fu portato a credere che doveva dare punizioni sempre più severe alla "vittima", che forniva. risposte preparate in anticipo.
La
"vittima" dava risposte sbagliate a tre domande su quattro e riceveva delle scosse come punizioni per i suoi errori. Quando la scossa-punizione raggiunse i 300 volt la "vittima", come era stato convenuto, cominciò a tirar calci nella parete della stanza in cui era legato alla sedia elettrica. A questo punto il volontario-insegnante si rivolgeva allo sperimentatore per sapere cosa doveva fare. Gli veniva detto di continuare, dopo una pausa di cinque o dieci secondi. Dopo la scossa di 315 volt, la vittima tirava calci nuovamente. In seguito, silenzio. A questo punto dell'esperimento i volontari­insegnanti cominciarono a reagire in vari modi, ma furono incoraggiati ad andare avanti e fu loro ordinato di proseguire fermamente fino al massimo del voltaggio.
Il dottor Milgram dichiara che, contrariamente ad ogni aspettativa, ventisei soggetti su quaranta completarono la serie e diedero alla fine una scossa di 450 volt alla "vittima" ormai silenziosa. Soltanto cinque si rifiutarono di continuare dopo la prima protesta della vittima, al momento in cui le fu impartita (apparentemente) una scossa di 300 volt. Molti continuarono, nonostante manifestassero notevoli disturbi emotivi, come dimostrarono chiaramente i loro commenti, un sudore continuo, tremore, risate o sorrisi nervosi. I volontari­insegnanti che continuarono a somministrare le scosse manifestarono spesso pietà per la vittima, ma la maggioranza represse le proprie reazioni umane e continuò fino alla massima punizione, come era stato ordinato. Un osservatore riferì: "Osservai un maturo uomo d'affari, dapprima equilibrato, che era entrato nel laboratorio sorridente e tranquillo, trasformarsi dopo venti minuti in un disgraziato che si stava rapidamente avvicinando ad un collasso nervoso. Si tirava continuamente il lobo dell'orecchio e si storceva le mani. Ad un certo punto si batté la mano sulla fronte e borbottò: "Dio mio, facciamola finita". E tuttavia continuò ad obbedire fino all'ultimo ad ogni parola dello sperimentatore.»

 

Queste sono persone «normali». Domandiamoci se poteva esistere un Hitler senza l'appoggio delle persone «normali». Ecco perché Laing, durante lo stesso intervento, afferma: «Per troppo tempo gli psicologi si sono occupati della psicopatologia degli anormali. É necessario ora che si studi la situazione psicologica normale, mettendola in relazione con un normale stato di cose di cui il Vietnam [qui siamo nel 1967] è soltanto una delle più normali manifestazioni».
Cominciamo a intravedere che
la critica alla normalità coinvolge direttamente la nostra coscienza politica. Infatti, spesso la maggioranza delle persone (che in un contesto "democratico" stabilisce il criterio di ciò che è giusto e ciò che è ingiusto) rifiuta l'evidenza delle cose, come è dimostrato dall'esperimento di Milgram.

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Il sistema dell'ovvio

...stimolare un pubblico sempre più bombardato

di stimoli di ogni tipo e quindi sempre più

insensibile e indifferente...

 

«Che cos'è l'«ovvio»? E' l'indiscusso, cioè qualcosa che appare talmente evidente da, appunto, non essere neppure messo in discussione. Evidente a chi? naturalmente, agli occhi della normalità, del pensiero comune. Attualmente, l'impiego dei mezzi di comunicazione ha un significato `totalitario'. Nelle moderne, avanzate società 'democratiche', i mass media sono sempre più l'immagine del circuito commerciale e ad esso devono la loro sopravvivenza economica. C'è da stupirsi, allora, se l'informazione assume la funzione di difesa dello status quo? La cultura da trasmettere sarà quella commercialmente più vantaggiosa. Quella che garantisce un maggior indice di ascolto, non importa se banale. Una cultura 'sensazionalistica', cioè finalizzata a creare forti emozioni, per stimolare un pubblico sempre più bombardato di stimoli di ogni tipo e quindi sempre più insensibile e indifferente. Un sistema d'informazione in pillole, adatto al modello 'usa e getta', che consuma tutto e non assimila niente, e quindi fondamentalmente acritico e superficiale. E ingannevole, perché la selezione, l'estrema pubblicizzazione o l'oscuramento delle notizie dipenderà dal fatto che esse siano più o meno congrue al sistema e alle sue lobbies di potere.

Ecco come si crea l'opinione pubblica, come si crea il sistema dell'«ovvio».

E così siamo di nuovo al punto di partenza, si chiude il circolo: il sistema di potere crea l'opinione pubblica, la quale, attraverso l'ovvio, perpetua il sistema di potere. E così, vivremo felici e contenti, inconsapevoli della nostra intima sudditanza. Del resto, non si può ritenere schiavo qualcuno che è ignaro di esserlo.

Questo è 'ovvio'. Facciamo qualche esempio.

Ci stiamo rendendo sempre più conto di abitare un pianeta che assume veramente i contorni di un villaggio globale. E ci stiamo rendendo - penosamente - conto anche di un'altra cosa: che la crisi attuale che investe ogni campo dell'esistenza si delinea fondamentalmente come "crisi ecologica". E' indubbio che, per la prima volta nella storia dell'uomo, si pone il problema se la nostra Madre Terra possa continuare a nutrirci; se, in altre parole, le nostre future generazioni riusciranno ad ereditare un ambiente sufficientemente accogliente da garantire la sopravvivenza. Ciò nonostante, pare che, oggigiorno, l'atteggiamento comune sia spensierato. Pare ritenere una fatica inutile prendersi carico delle molte problematiche suscitate dalla  nostra attuale società consumistica. Il pensiero comune ritiene che dobbiamo continuare a produrre e a consumare sempre più merci e a sfruttare sempre più le risorse del pianeta, non tenendo conto che la loro disponibilità è ormai estremamente ridotta. Ma una crescita economica sempre più accelerata appare come un'esigenza "ovvia", incontestabile.

Così come è "ovvio" continuare a fare esperimenti nucleari creando effetti disastrosi sull'ambiente che perdureranno per migliaia di anni. Tali effetti vanno a sommarsi all'enorme produzione di gas inquinanti, con conseguenti gravi modifiche del clima e del livello degli oceani, alla desertificazione del suolo in molte regioni del pianeta, all'inquinamento e alla scarsità dell'acqua dei fiumi e dei laghi, e così via.

Così come è "ovvio" sfruttare e depauperizzare i paesi poveri del Sud del pianeta per rimpinguare sempre più i paesi ricchi del Nord, senza tener conto delle inevitabili tensioni e conflitti internazionali dovuti all'accaparramento delle risorse energetiche, conflitti all'interno dei quali i popoli a basso sviluppo industriale sono i primi a pagare le conseguenze.

Così come è "ovvio" vedere gli animali semplicemente come 'oggetti' destinati al nostro uso arbitrario, cavie da torturare per i nostri esperimenti, infelici protagonisti per i nostri divertimenti, prede da sterminare per la loro carne o per la loro pelliccia; insomma, vedere gli animali come esseri viventi senza alcun diritto, se non quello di offrire il massimo servizio all'uomo. Il trattamento che subiscono negli allevamenti intensivi ne è un ulteriore, illuminante esempio.

Così come è "ovvio"... Potresti continuare all'infinito.»

(da Fabio Guidi, Iniziazione alla Psicosintesi) 

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Il treno

«Noi siamo su un treno che va a ottocento all’ora, che per la sua dinamica interna deve continuamente aumentare la velocità, non c’è il macchinista o se c’è  i comandi gli sono sfuggiti di mano da tempo e il convoglio va per conto suo. Sul treno c’è chi  è seduto su comode poltrone, anche se, sballottato e frastornato dalla velocità,  è pure lui in preda a un inquieto malessere (perché questo modello di sviluppo è  riuscito nell’impresa di far star male anche chi sta bene), chi in seconda classe, chi sulle panche, chi sugli strapuntini, chi sta nei corridoi, chi nei cessi, chi mezzo fuori dai finestrini mentre molti rotolano giù per la scarpata fra l’indifferenza generale. Per cui ha ancora un senso cercare una più equa sistemazione dei viaggiatori? Ma le domande di fondo sono diventate altre: dove sta andando il treno? Qual è il rapporto fra i viaggiatori e il meccanismo che li sta portando? E possono, i viaggiatori, decidere quale deve essere la velocità e la meta o è il treno, la cui via è segnata dalle rotaie su cui è stato messo a decidere per loro?»

 (metafora evocata dal Premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia)

 

«Si può essere felici perché l’economia non cresce? «Certo che no!», risponderebbe qualsiasi persona fermata a caso per la strada. Identica sarebbe la posizione di imprenditori e operai, finanzieri e impiegati, professori e contadini. Persino la politica, sconquassata come non mai da fratture e divisioni, ritroverebbe unità nel respingere la domanda come una provocazione assurda. Quello della crescita del Pil (il prodotto interno lordo) è forse l’ultimo vero dogma dell’età contemporanea, l’unico che nessuno aveva ancora osato mettere seriamente in discussione. Certo ne erano già stati sottolineati limiti e pericoli: il benessere ridotto alla misura della quantità delle merci prodotte, per un verso; e la capacità di tenuta dell’ambiente naturale a fronte di un’economia protesa alla crescita infinita, per l’altro. Ma che venisse esplicitamente posta la questione della diminuzione del Pil ancora non era accaduto.
La tesi centrale de
La decrescita felice è che l’economia basata sulla crescita del Pil rappresenta un inganno: pretende di rispecchiare il benessere di una società, ma in realtà si limita a calcolare la quantità delle merci prodotte. E non sempre crescita della produzione e benessere vanno d’accordo. Rimanere bloccati nel traffico fa crescere la quantità di carburante consumato, ma certo non migliora la qualità della vita. Lo stesso vale per le calamità naturali: la ricostruzione di New Orleans darà una bella spinta all’economia statunitense, ma è facile immaginare che gli abitanti della città avrebbero fatto volentieri a meno di Katrina. Il punto è che l’economia odierna non distingue più tra beni e merci, ignora gli uni e pone esclusiva attenzione sulle altre.
Quel che conta sono le cose comprate e vendute, tutto il resto non esiste: gli stessi pomodori di uno stesso orto fanno salire il Pil se immessi sul mercato, ma non esistono se finiscono sulla tavola di chi se li è coltivati.
La logica cui è improntato il sistema attuale è quella della continua crescita delle merci prodotte. Dire che il Pil non cresce è diventato un tabù: quando le cose vanno male si dice che «la crescita è negativa». Conseguenza inevitabile di tale impostazione è il progressivo inserimento di quasi ogni sfera della vita sociale nell’ambito dei circuiti mercantili: se l’imperativo è quello della continua crescita della produzione, allora si devono conquistare sempre nuove sfere di mercato, perché quelle tradizionali prima o poi raggiungono la saturazione. Ecco allora che anche i bisogni fino a pochi decenni fa assolti in famiglia – si pensi alla cura dei bambini e degli anziani – trovano ora soddisfazione sul mercato. Poco alla volta la logica mercantile ha rimodellato le stesse strutture sociali a misura delle proprie esigenze: quel di cui ha bisogno è di una massa di individui isolati che sanno solo consumare, perché incapaci di far fronte ad alcuna delle proprie necessità né personalmente né tramite la propria sfera di relazioni.
»

(dalla recensione di Beppe Grillo al libro di Maurizio Pallante, La decrescita felice)

 

«Un Modello di sviluppo atroce, sfuggito dal controllo anche di chi pretende di governarlo, ci sta schiacciando tutti, uomini e donne di ogni mondo. Proiettandoci a una velocità sempre crescente, che la maggioranza non riesce più a sostenere, verso un futuro orgiastico che arretra costantemente davanti a noi - perché è lo stesso modello che lo rende irraggiungibile - crea angoscia, depressione, nevrosi, senso di vuoto e inutilità. In occidente questo modello paranoico è riuscito nell'impresa di far star male anche chi sta bene (566 americani su mille fanno uso abituale di psicofarmaci). Esportato ovunque, per la violenza dei nostri interessi e quella, ancor più feroce, delle nostre buone intenzioni, il modello occidentale ha disgregato popolazioni, distrutto culture, identità, specificità, diversità, territori, tutto cercando di omologare a sé.

Il marxismo si è rivelato incapace di contenere e di sconfiggere il capitalismo. Perché non è che una variante inefficiente dell'Industrialismo. Capitalismo e marxismo sono due facce della stessa medaglia. Nati entrambi in occidente, figli della Rivoluzione industriale, sono illuministi, modernisti, progressisti, positivisti, ottimisti, materialisti, economicisti, hanno il mito del lavoro e pensano entrambi che industria e tecnologia produrranno una tale cornucopia di beni da far felice l'intera umanità. Si dividono solo sul modo di produrre e di distribuire tale ricchezza. Questa utopia bifronte ha fallito. L'Industrialismo, in qualsiasi forma, capitalista o marxista, ha prodotto più infelicità di quanta ne abbia eliminata. Per due secoli Capitalismo e Marxismo, apparentemente avversari, in realtà funzionali l'uno all'altro, si sono sostenuti a vicenda come le arcate di un ponte. Ma ora il crollo del marxismo prelude a quello del capitalismo, non fosse altro che per eccesso di slancio.

Levate la testa, gente. Non lasciatevi portare al macello docili come buoi, belanti come pecore, ciechi come struzzi che han ficcato la testa nella sabbia. Infondo non si tratta che di riportare al centro di Noi stessi l'uomo, relegando economia e tecnologia al ruolo marginale che loro compete. Chi condivide in tutto o in parte lo spirito del Manifesto lo firmi. Chi vuole collaborare anche all'azione politica, nei modi che preferisce e gli sono più congeniali, sarà l'arcibenvenuto. Abbiamo bisogno di forze fresche, vogliose, determinate, di uomini e donne stufi di vivere male nel "migliore dei mondi possibili" e di farsi prendere in giro. Forza ragazzi: si passa all'azione.»

      (presentazione del Manifesto proposto da  Massimo Fini)

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Dove stiamo andando?

Chi è più sano?

«Normali» e «anormali»

Il sistema dell'«ovvio»

Il treno

La cultura del nichilismo

 

 

« [Non è] difficile stabilire se l'umanità sia in via d’evoluzione.

Possiamo dire, ad esempio, che la vita sia governata da un gruppo di uomini coscienti? Dove sono? Chi sono? Vediamo esattamente il contrario: che la vita è in potere dei più incoscienti e dei più addormentati.

Possiamo dire di vedere nella vita una preponderanza degli elementi migliori, più forti, più coraggiosi? Per nulla. Al contrario, vediamo ovunque regnare la volgarità e la stupidità in tutti i loro aspetti.

Possiamo dire infine di vedere nella vita aspirazioni verso l'unità, verso una unificazione? Certamente no. Noi non vediamo che nuove divisioni, nuove ostilità, nuovi malintesi.

Di modo che, nella situazione attuale dell'umanità, nulla denota una evoluzione. Al contrario, paragonando l'umanità a un uomo, vediamo chiaramente il crescere della personalità a spese dell'essenza, vale a dire la crescita dell'artificiale, dell'irreale, di ciò che non ci appartiene, a spese del naturale, del reale, di ciò che è veramente nostro.

Nello stesso tempo, constatiamo una crescita dell'automatismo. La civiltà contemporanea vuole degli automi. E le persone sono certamente sul punto di perdere le proprie abitudini di indipendenza, diventando sempre più simili ad automi, a pezzi di macchine.

Non è possibile dire come finirà tutto questo né come uscirne, e neppure se ci sarà una fine o un'uscita. Una sola cosa è certa, ed è che la schiavitù dell'uomo non fa che aumentare. L'uomo sta diventando uno schiavo volontario. Non ha più bisogno di catene: incomincia ad amare la sua schiavitù, a esserne fiero. E nulla di più terribile potrebbe accadere ad un uomo.»

                      (G. I. Gurdjieff)

 

 

"La più grande conquista per un uomo

è quella di essere capace di 'fare'."

 

 

La cultura del nichilismo

Si parla di avvento della «cultura nichilista», nella quale saremmo immersi fino al collo. Il nichilismo è un fenomeno che investe tutto l'Occidente: il clima di nichilismo domina oggi la nostra cultura e ci condiziona tutti e consiste nella svalutazione dei più alti valori dell'esistenza umana. Nulla più ha senso: gli ideali, i progetti, la tensione verso il futuro. Tutto  perde di significato: il rispetto per la dignità della persona e la responsabilità collettiva, l'onestà e la giustizia, lo spirito di servizio e l'investimento nelle relazioni profonde...

I nostri figli nascono e crescono in questa cultura nichilistica dove:

- il benessere materiale è considerato il fattore primo della felicità: è la tentazione della società dei consumi contro la società dei valori;

- la tecnica tende ad avere l'ultima parola su tutto,  a porsi come unica risposta ai problemi e alle angosce di oggi;

 - si è smarrito il senso del cosmo: il mondo è da depredare, non da custodire;

- il valore della verità è messo da parte: oggi non interessa «la» verità, ma solo la «mia» verità;

- è esaltato l'efficientismo, dimenticando il valore della contemplazione che fa rientrare l'uomo in se stesso e nelle sue profondità;

- dilaga la violenza in tutte le sue forme: ovunque il potere e il privilegio schiacciano il diverso e l'indifeso;

-  l’ amore è ridotto al sesso « usa e getta»; vedi l'erotizzazione esasperata della nostra società;

- si afferma sempre più un clima di secolarizzazione dove ogni trascendenza è esclusa: “Dio è morto”.

E la soluzione alla cultura del nichilismo non è certo un ritorno ad una cultura pre-moderna, come da qualcuno è spensieratamente auspicato, ma accettare fino in fondo la sfida della postmodernità.

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